Non siamo mica gli americani

Il 19 marzo 2010, su Duellanti Gianni Canova scriveva queste righe illuminanti: «Per la sua campagna elettorale, Formigoni ha scelto di addobbare le strade e le piazze di Lombardia con una gigantografia in cui la sua effigie si forma attraverso l’accostamento di centinaia e centinaia di foto-tessere che rappresentano evidentemente cittadini e/o elettori lombardi. Dal punto di vista del Governatore, l’intento comunicativo è abbastanza palese: Formigoni presenta se stesso come la sintesi di coloro che lo votano. Meglio: come il corpo mistico che sussume in sé la soggettività di quel popolo sovrano che ancora una volta si accinge a scegliere di farsi rappresentare da Lui.». Sono passati quasi tre anni dalla campagna elettorale ma Formigoni non è cambiato – e perché avrebbe dovuto? Se è possibile immaginare la propaganda elettorale del 2010 come un colpo d’obice, lo scontro che oppone il mistico celeste aCristina Parodi è il punto terminale della traiettoria a parabola, disgiunto dal punto di partenza ma a questo collegato dall’essere il suo naturale, ovvio e studiato punto di impatto. Se nel 2010 tutti i lombardi erano chiamati a fondersi nel Corpo trascendente del potere fatto carne, nel 2012 tutti i giornalisti sono chiamati a unirsi al Verbo del governatore, che non ammette repliche o contraddizioni. Formigoni al Corriere del 16 novembre è stato chiaro: ha accettato l’invito alla trasmissione di Cristina Parodi alla precisa condizione che si parlasse di politica nazionale, altrimenti avrebbe declinato l’invito. «Così non è stato» spiega il governatore «e tuttavia non mi sono sottratto a nessuna domanda. All’uscita dalla registrazione ero dunque giustificatamente irritato». Certo se esiste un patto tra giornalista e intervistato, tale patto andrebbe rispettato. È una delle cose fondamentali che ci insegna Gesù: «il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37). E Formigoni prende gli insegnamenti di Gesù estremamente sul serio. Ma mettersi d’accordo a priori sulle domande a cui rispendere è disonesto: non è compito dei giornalisti indagare la verità, ricostruire i fatti, consentire all’opinione pubblica di comprendere le cose in sé e non il punto di vista dell’intervistato? A Cristina Parodi pare ovvio. Ma così non è per Formigoni, il quale è persuaso che compito della stampa sia divulgare la sua verità, farsi grancassa mediatica e unidirezionale di ciò che lui pontifica; e sembra così confondere il ruolo del giornalista – pagato da una testata per essere al servizio del pubblico –  con quello del suo addetto stampa – pagato da lui per essere al suo servizio. Ma in realtà il governatore, tutto casa, chiesa e yacht, la differenza tra giornalista e addetto stampa la conosce assai bene: «Tu adesso stai qui e spacchi la faccia a Cristina Parodi e a questa banda e a questi giornalisti!» ha detto con squisita cortesia e controllato fair play a Gaia Carretta, la sua addetta stampa. «E se non lo fai, sei licenziata!». Come si vede, il nostro sa perfettamente con chi usare un atteggiamento padronale, ruvido e minaccioso, e con chi si può limitare a essere semplicemente maleducato: «Avete fatto solo cagate!» si sarebbe rivolto a un’autrice del programma.

Ma tutto ciò è comprensibile: quattro mandati consecutivi monterebbero la testa a chiunque. Forse è giunto il momento di metterci un limite, magari prevedendo un solo mandato, come per i governatori degli Stati Uniti. “Non siamo mica gli americani” cantava nel lontano 1979 Vasco Rossi. E se per certe cose cominciassimo ad esserlo?

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