Dacci oggi i nostri (s)fascisti quotidiani

Il Corriere delle sera del 3 ottobre riporta la notizia che il signor Fulvio Castellani, iscritto all’Associazione Nazionale Partigiani (Anpi), ha deciso di sporgere querela nei confronti del sindaco di Affile, del consiglio comunale della città e dell’ ex governatrice della Regione Lazio Renata Polverini, tutti coinvolti nell’edificazione (con soldi pubblici) del parco di Affile dedicato alla memoria di Rodolfo Grazani. I reati contestati sono attentato alla Costituzione, apologia di fascismo, peculato per distrazione e abuso di atti di ufficio.
Sembrerebbe una cosa seria; perché Rodolfo Graziani, almeno stando a quanto dichiarato al Corriere già il 3 agosto scorso dal presidente dell’Anpi Vito Francesco Polcaro, «fu condannato a diciannove anni per crimini di guerra e va quindi ricordato solo come un criminale, colpevole di gravissimi reati per l’umanità» e «vanta, tra l’altro, la feroce repressione della rivolta libica all’occupazione italiana, l’uso di gas asfissianti e numerose stragi, anche di civili, nella guerra di aggressione fascista all’Etiopia, nonché il decreto che ordinava l’esecuzione dei renitenti alla leva durante la Repubblica di Salò. Un simile personaggio (…) va ricordato solo come esempio del livello di infamia raggiunto dal regime fascista».

Chiamato direttamente in causa, Ercole Viri, primo cittadino della città di Affile, affida al Corriere questa risposta: «Sono amareggiato e sconcertato dalle affermazioni del presidente del comitato provinciale Anpi Roma con le quali vergognosamente viene infangata la memoria del mio concittadino Rodolfo Graziani. Mi meraviglio dell’ignoranza del presidente Polcaro che definisce il Generale Graziani “un criminale di guerra”. Il nostro amatissimo Maresciallo è stato condannato per collaborazionismo e non per crimini di guerra. Il presidente dell’Anpi vaneggia». Secondo Viri «il tempo sarà galantuomo e la revisione storica renderà giustizia».Si consuma così, sulle pagine del Corriere, l’ultimo atto di una querelle nata ad agosto, in concomitanza con l’inaugurazione del parco. Da subito l’eco è di quelle che si dedicano ai grandi avvenimenti politici: la notizia rimbalza dal Fatto quotidiano, alla Repubblica, dal Corriere al Messaggero e al Foglio; e non manca l’indignazione dei media internazionali: il 29 agosto le pagine romane di la Repubblica riportano che, dopo essere approdato sul Daily Telegraph e sulla Bbc, il caso «finisce anche sulla stampa spagnola e americana. Sia il New York Times che il Paìs hanno dedicato ampio spazio alla vicenda». Da ultimo, il 30 settembre cala sulla vicenda lo sdegnato articolo di Gian Antonio Stella (Il Mausoleo della crudeltà). Turbato nell’intimo, il capogruppo del Pd in Regione Esterino Montino ha bollato la vicenda come una vergogna e ha annunciato un esposto alla Corte dei conti “per distrazione di fondi pubblici”: come si vede, il signor Fulvio Castellani è in buona compagnia.Ma se Atene piange, Sparta non ride. In un’intervista rilasciata al Secolo d’Italia, Ercole Viri afferma che il parco non è un’iniziativa dell’attuale giunta di maggioranza che governa Affile, ma «fu proprio la Giunta di centrosinistra Marrazzo-Montino a concedere il finanziamento pubblico al progetto, con la stessa delibera con cui – peraltro – sono andati a finanziare la riqualificazione del Parco Graziani di Filettino: (…) lo stesso Rodolfo Graziani commemorato tra le polemiche ad Affile». Possibile che il medesimo Montino, che si indigna e querela, abbia partecipato a tale delibera? La notizia sembra credibile, tanto da essere ripresa l’1 di settembre anche dal quotidiano Il Tempo: «Il finanziamento venne concesso dalla giunta Marrazzo con la delibera 861 del 21 novembre 2008 (…): 50mila euro. Con quella stessa delibera venne finanziato un altro progetto: (…) 260.189 euro su 283mila richiesti dal Comune di Filettino per la “riqualificazione del Parco Graziani”».Il giorno dopo Montino pubblica sulla medesima testata una (parziale) smentita: secondo il capogruppo Pd alla Regione Lazio «la vicenda di Affile non ha niente a che vedere con quella di Filettino. (…) Nel caso di Affile la nostra Giunta destinò fondi per opere di rifacimento del parco Radimonte. Cioè per rimettere a posto aiuole, realizzare aree giochi per bambini, panchine nuove per anziani e mamme. Il Comune con la benedizione della Regione li ha usati per fare un sacrario a Graziani». Quindi la Giunta nulla sapeva del sacrario. Ne siamo tutti compiaciuti. Ma per quanto riguarda il parco di Filettino la difesa appare un po’ più debole: «il parco è intitolato dal 1956 al maresciallo e non è nel potere della Regione cambiarne il nome, né pretenderlo. In quel caso però i fondi sono stati usati, dal sindaco Pd dell’epoca, per realizzare le opere previste dal finanziamento, non per fare sacrari a criminali fascisti».La delibera prevedeva quindi soldi dati da una giunta regionale (di centrosinistra) a un sindaco (di centrosinistra) per la ristrutturazione di un parco titolato a un personaggio che ci fa arrossire di vergogna (lo stesso Montino, nella sua appassionata difesa, ricorda che di Graziani «ha scritto in modo negativo la stampa di tutto il mondo»). Ora, sarà anche vero che la Regione non può pretendere di cambiare i nomi dei parchi comunali. Ma magari chiederlo, per di più a un compagno di partito, questo avrebbe potuto (e dovuto) farlo: si chiama moral suasion, è un esercizio che Napolitano ha esercitato a lungo e con ottimi risultati. Perché Marazzi-Montino non hanno provato a fare la stessa cosa con l’allora sindaco Pd di Filettino? A meno di non supporre che Graziani diventi scomodo solo quando se ne occupa la stampa internazionale, altrimenti resta un personaggio di scarso rilievo, per cui non vale la pena di litigare con nessuno, tantomeno con i propri compagni. E se è così, in definitiva sembra che tutta questa grancassa mediatica, questo lacerarsi le vesti, questa indignata levata di scudi contro il fascista Graziani sia solo un rombo di cannoni preelettorale. Tanto che il Tempo non solo ricorda come, a Filettino, il Parco Graziani esista dal lontano 1956 senza che nessuno si sia mai scandalizzato (prima del 2012 neanche Montino); ma anche come nel 2005 Diego Moriconi, all’epoca sindaco di centrosinistra di Affile, «in occasione della commemorazione del 50° anniversario della morte di Graziani si prodigò in un commovente discorso che intenerì i cuori più duri e più neri della destra laziale. Per Moriconi, Graziani non fu un criminale di guerra, infatti non fu processato a Norimberga». In mancanza di smentite, che io non ho trovato, prendo la notizia per vera e prendo atto che Moriconi (centrosinistra!) giunge alla stessa, straordinaria, conclusione di Viri! Che Gian Antonio Stella si sia sbagliato nel definire Graziani – senza troppi giri di parole -“macellaio”? A prendere sul serio l’inedito terzetto Mortino-Moriconi-Viri c’è quasi da crederci. Ma la verità è un’altra.Nonostante si scannino su un museo con annesso sacrario dedicato alla (apparentemente) controversa memoria del generale Graziani, la destra e la sinistra laziale sembrano in realtà militare sullo stesso – poco onorevole – campo. Per Moriconi non c’è dolo perché non fu Norimberga. Viri, invece, da autentico uomo di destra osa e si spinge un po’ più in là. Egli infatti ritiene che l’amatissimo Graziani sia solo un collaborazionista. Sarà la mia mania per le parole (ognuno ha la deformazione professionale che merita), ma vorrei capire meglio cosa significhi “collaborazionista”. Secondo il dizionario Treccani, “collaborazionista” è chi collabora con le autorità nemiche d’occupazione; in particolare chi, durante la seconda guerra mondiale, collaborò con le forze tedesche d’occupazione. Dunque, in generale, il collaborazionista è un traditore della Patria perché coopera con le autorità nemiche, e in particolare è colui che ha collaborato con le forze tedesche d’occupazione (quelle della strage di Marzabotto, tanto per intenderci). Ma, nel dubbio che i collaboratori della Treccani abbiano tutti studiato sul Camera Fabietti, continuo la mia indagine. Collaborazionista: chi in tempo di guerra collabora con il nemico; per antonomasia, chi collaborò con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale (dizionario on line Garzanti e Sapere.it); secondo il dizionario Devoto-Oli il collaborazionismo è un reato consistente in un’attività spesso concretamente organizzata, svolta a favore o a sostegno di uno Stato straniero invasore o di un regime interno inviso alla maggioranza dei cittadini; per il dizionario Gabrielli, è attività prestata a favore di un nemico invasore del proprio paese. Niente da fare, sembra che essere un collaborazionista sia, da qualsiasi parte la si guardi, una porcata. E un reato, tanto che Graziani – come ammette lo stesso Viri – per questo è stato condannato a 19 anni, di cui 13 e 8 mesi condonati.Tuttavia – è innegabile – Graziani non fu mai sottoposto a giudizio come criminale di guerra. Nel Dizionario Biografico degli Italiani Angelo Del Boca scrive che nel 1950, dopo la condanna di Graziani, «il governo imperiale etiopico chiese (…) la sua estradizione per processarlo per i numerosi crimini di guerra, ma la richiesta di Addis Abeba cadde nel vuoto». Il che non è una cosa così strana: Graziani è stato un militare dalla fulgida carriera, assai apprezzato da Mussolini: nel 1918, a 36 anni, è il più giovane colonnello dell’esercito, e tra i più decorati: nel 1932 in Libia, dove è giunto undici anni prima, viene promosso generale di corpo d’armata per meriti speciali; lo stesso Mussolini lo promuove generale designato d’armata nel 1934 e, l’anno dopo, lo nomina governatore della Somalia e comandante in campo delle truppe; di lì in poi è un susseguirsi di successi culminati nel bastone di maresciallo d’Italia e nella carica di viceré d’Etiopia. È ben vero che durante la seconda guerra mondiale i rapporti tra Graziani e il duce si guastano: il soprannome di “macellaio degli arabi” conquistato in Libia a colpi di stragi, le persecuzioni in Africa, la deportazione di 100.000 Cirenaici e tutte le nefandezze testimoniate da qualsiasi libro di storia devono mettere in imbarazzo Mussolini, tanto che questi arriva a confessare a Ciano che Graziani ha combattuto bene ma governato male. Ma nonostante questo, come si può concedere l’estradizione per crimini di guerra a un maresciallo d’Italia? Semplicemente non si fa. Anzi, si condona la pena di collaborazionismo nonostante il fatto che Graziani, da ministro della guerra nel governo Salò, firmi i «famigerati bandi che chiamavano alle armi i giovani della classi 1924 e 1925 e che minacciavano la pena di morte ai renitenti» (Del Boca, cit.): quindi il “maresciallo” non ha massacrato “solo” arabi e africani – secondo una assai discutibile logica coloniale – ma ha fatto uccidere anche quegli stessi italiani che egli, in punto di morte, ha detto di amare («Ho amato tanto, tanto gli italiani»). E lo ha fatto secondo un’intrinseca logica connessa al suo modo di essere militare: «Credo di poter andare sereno perché mi pare di aver sempre fatto il mio dovere».Graziani, quindi, è un soldato che fa il proprio dovere. «Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa», nota polemicamente Stella nel suo articolo. È vero, naturalmente. Ma non deve stupire perché questa è l’etica del soldato fascista (e nazista), quello del “credere, ubbidire, combattere”. Così come non deve stupire il fatto che una giunta (culturalmente) di destra dedichi un mausoleo al macellaio degli arabi e allo sterminatore di partigiani: per queste persone Graziani ha fatto solo (e bene) il suo dovere; ai loro occhi “credere, ubbidire, combattere” è il comandamento che riassume in sé, e trascende, tutti i dieci della tradizione cristiana. Lo dice Viri, con disarmante candore, nella già citata intervista al Secolo d’Italia, quando ricorda che il progetto «prevedeva la riqualificazione del Parco Radimonte con annessa l’edificazione di un sacrario intestato al Soldato con la “S” maiuscola, e per noi Graziani era il soldato per antonomasia da commemorare». Ecco svelato il mistero: il soldato della stragi, delle deportazioni di massa, dell’eccidio di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana, agli occhi di Viri e della sua giunta è il soldato per antonomasia, e come tale da commemorare. E Affile celebra il suo Soldato non solo con il parco (e sacrario annesso), ma anche con il sito web del comune, dove Giovanni Sozi pubblica un imbarazzante panegirico agiografico del Graziani. Date un’occhiata a questo prezioso documento, godetevi la gonfia retorica dell’ «inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato» e dell’«aureola dell’eroe per speciali meriti di guerra»; estasiate per la prosa ridondante con cui l’autore ricorda che Graziani, «con la solita risoluzione, diffuse capillarmente il dominio politico-militare sulle varie province, compì grandiosi lavori pubblici che ancor oggi testimoniano la volontà civilizzante dell’Italia e rimase a dirigere quella regione anche quando fu fatto segno di un attentato»; spulciate i titoli dei capitoli che compongono questo lungo (e pallosissimo) epitaffio (“Il soldato dell’onore”, “Cordoglio universale”, “Addio Maresciallo”!, “Il saluto di Affile al suo Figlio Glorioso” e altre amenità simili) e trasalite di fronte a quel “Giovani, continuatelo!” che evidentemente la giunta di Affile considera l’eredità lasciata dal maresciallo alle future generazioni: lo sprone a ubbidire, a imparare che non esistono avversari ma solo nemici (Tanti nemici, tanto onore!), a combattere al suono delle fanfare per la Nazione fatta «di dovere, di amore, di sacrifico e di coraggio», in spregio ai diritti civili, rispetto delle minoranze, democrazia condivisa e partecipata, tutte sciocchezze che noi, timidi critici del Graziani e di tutti i soldati come lui, teniamo in seria considerazione.Ma queste persone sono fasciste. Perché stupirci? Finalmente (e lo dico senza alcuna sfumatura sarcastica) possono uscire allo scoperto e dichiararsi per quello che sono. Per me, che li reputo avversari, è consolante sapere chi sono, dove sono e quanti sono. Certo, anche se non ci stupiamo, abbiamo il dovere morale di denunciare l’orrore di titolare un’opera pubblica a un tale personaggio. Non farlo sarebbe indegno. Ma trovo indegno anche che nessuno (a parte gli accusati) abbia avuto da ridire circa la condotta degli amministratori di sinistra. Per loro, Graziani non può, non deve essere un modello. È grave la sovvenzione del parco Graziani, che i sottili bizantinismi di Montino non riescono a edulcorare; ben poco di sinistra sono le parole di chi giustifica Graziani perché non ci fu Norimberga; incomprensibile è il silenzio con cui i giornali hanno accolto le rivelazioni del Tempo. Coloro che hanno taciuto queste cose non sono fascisti, da contrastare ma che vanno accettati in una logica democratica: sono “sfascisti”, che con i loro silenzi di convenienza, con la logica della difesa corporativistica e di parrocchia, distruggono un’idea di mondo radicalmente diversa da quella di Graziani, e che ai suoi seguaci spianano la strada. Molto più di quanto fa un parco dedicato alla memoria del macellaio degli arabi.