Il grande inganno

La faccenda di Sallusti è davvero interessante perché rivela alcune caratteristiche peculiari del carattere dell’umana specie, riassumibili in tre assunti: la gente non legge i testi anche quando questi sono a disposizione, accontentandosi di farsi un’idea su testimonianze, per così dire, di secondo grado – i commenti dei giornalisti che di questo primo testo discutono – se va bene leggiucchiando qualche scampolo della fonte originaria, gettato in pasto alla pubblica opinione sotto forma di citazione estrapolata, e sentendosi sufficientemente saziata da questi elementi predigeriti da altri. Il secondo assunto è che, sia che si tratti delle fonti originarie o di quelle derivate, generalmente la gente non le capisce, presa com’è a indignarsi per l’indignazione altrui, come se non si trattasse di un’opinione da meditare ed elaborare ma del bacillo di qualche pestilenza da propagare con virulenza; terzo e ultimo: chi questi testi li capisce – e sa perfettamente qual è il nocciolo della questione, per motivi ben poco nobili preferisce depistare l’attenzione, parlando d’altro e non di quello che dovrebbe.

La faccenda vede il magistrato Giuseppe Cocilovo querelare il giornalista Alessandro Sallusti per diffamazione. La magistratura condanna nei suoi tre gradi di giudizio il giornalista. Apriti cielo! Da tutte le parti è un coro unanime: a essere a rischio è la libertà di stampa. Addirittura? Addirittura. Tanto che non solo tutti i direttori dei maggiori quotidiani si stracciano le vesti, ma in soccorso si precipitano anche il Guardasigilli Severino e il Presidente della Repubblica Napolitano, che meditano sulla necessità di cambiare una legge evidentemente liberticida. Ma come sono andate effettivamente le cose? È così difficile appurarle in maniera chiara e definitiva, al di là di ogni dubbio? Niente affatto: basta leggere i giornali. Questa la ricostruzione dei fatti pubblicata sul Corriere on line il 26 settembre 2012: «La vicenda che ha portato alla condanna di Alessandro Sallusti comincia in un giorno di febbraio del 2007. In un ospedale di Torino una ragazzina di appena 13 anni si sottopone all’aborto del bambino avuto dal fidanzato 15enne. La vicenda finisce sui giornali, quasi tutti raccontano la storia di una scelta dolorosa, suggerita, forse imposta alla ragazzina dalla madre; (…) ma dopo l’intervento la ragazza subisce un crollo psicologico e viene ricoverata per esaurimento nervoso. Le ricostruzioni giornalistiche insinuano che la ragazzina era contraria, che non voleva perdere il bambino. E che per questo dopo l’aborto finisce ricoverata in Neurologia. Il giorno dopo la confusione si dirada, e i giornali, tra cui anche il Corriere, fanno chiarezza: non ci sarebbe stata alcuna costrizione, né un provvedimento del giudice per obbligarla ad interrompere la gravidanza. “Siamo intervenuti – chiarisce l’ ufficio del giudice tutelare di Torino – perché i genitori sono separati e il padre non era informato. Sul piano legale, questo caso così doloroso è uguale a quello di qualsiasi minorenne che voglia interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori: valutiamo la situazione, i suoi motivi, e se sono validi la autorizziamo a decidere autonomamente”. Il giudice tutelare si è quindi limitato a prendere atto della decisione di madre e figlia, sostituendo il padre per quanto concerne l’autorizzazione, come del resto prevede la legge» (Antonio Castaldo). La faccenda sembra chiara: in ossequio a una legge dello Stato, un giudice fa le veci di uno dei due genitori prendendo atto della volontà dell’unico che, al momento, può esercitare la patria potestà, ovvero la madre, il cui volere peraltro non si discosta affatto da quella della diretta interessata, vale a dire della ragazza incinta. Vale però la pena di soffermarsi su un particolare, che ho evidenziato in corsivo, ovvero che prima di fare chiarezza i giornali insinuano – scrive Castaldo – che la ragazzina fosse contraria. Il verbo usato (da Castaldo, non da me) implica che la realtà è diversa, e che i giornalisti – strana razza! – non hanno indagato e cercato di appurare la verità, ma hanno preferito suggerire «malignamente un sospetto o un’accusa, per lo più falsa, in modo indiretto, cioè con parole allusive e velate» (dizionario on line Trecccani alla voce “insinuare»): non dunque un’indagine al servizio della verità ma solo il suggerimento (maligno!) di una possibile verità tra le tante. E buona notte al rispetto per i protagonisti della vicenda e per i lettori. Tra i tanti commenti, che spacciano insinuazioni per verità con la serietà di un pataccaro che tenta di far passare per buona la propria chincaglieria, spicca la penna del censore Dreyfus (che si scoprirà solo a condanna di Sallusti avvenuta essere un signore costretto a celarsi dietro uno pseudonimo perché radiato dall’Ordine dei giornalisti: proprio la figura ideale per ergersi in cattedra a pontificare) che sulle colonne di Libero, all’epoca diretto da Sallusti, scrive questo articolo. Il pezzo di Dreyfus (alias Farina, che radiato dall’albo dei  giornalisti nel 2006 viene eletto deputato nel Pdl nel 2008) è un gran pezzo di bravura, fatto per indignare le coscienze. Ma dal punto di vista giornalistico è un obbrobrio che si fonda su due clamorose menzogne: è falso che la ragazza «è stata costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo» (tra l’altro il padre è stato per tutta la vicenda all’oscuro di tutto) ed è falso che «il magistrato ha ordinato un aborto coattivo». Non male, per chi dovrebbe proclamare la verità come principio fondante la propria professione. Però il sedicente Dreyfus non si limita a infettare l’opinione pubblica con maleodoranti menzogne ma – per riprendere l’articolo di Castaldo sul Corriere – «trafigge la vicenda con una serie di giudizi sferzanti. La madre e il padre avrebbero voluto “cancellare con bello shampoo di laicità” l’amore di una giovane madre per il bimbo. Mentre il medico avrebbe “estirpato il figlio e l’ha buttato via”. Per poi concludere con un augurio: “Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile, questo sarebbe il caso. Al padre, alla madre, al dottore e al giudice”. Frasi che non sono piaciute al magistrato Giuseppe Cocilovo, che ha presentato una denuncia per diffamazione. Ne è seguita la condanna in primo e secondo grado, e il sigillo della Cassazione». Difficile dare torto a Cocilovo. Come è difficile credere che davvero sia bastato l’aver omesso il suo nome dall’articolo per fingersi stupiti della sua reazione, come hanno fatto dalle colonne de il Giornale articolisti e lettori, a cui risponde lo stesso magistrato: «Il mio nome era già stato pubblicato da altri ed era stato fatto in tv. Ero facilmente individuabile. Per questo ho ricevuto telefonate minatorie di gente convinta che io abbia obbligato qualcuno ad abortire» (Corriere on line, 27 settembre 2012).

Rivediamo dunque i personaggi di questa vicenda: un giornalista che per portare avanti una sua personalissima convinzione (l’aborto è sempre e comunque da condannare) non esita a inventare notizie false e a condirle con giudizi non semplicemente (come li ha definiti benignamente Castaldo) “sferzanti”, ma ignobili, perché basati su presupposti manipolati ad arte; al suo fianco, un direttore responsabile che copre con uno pseudonimo un ex giornalista che non avrebbe dovuto essere pubblicato perché radiato dall’Ordine, senza peraltro preoccuparsi di verificare l’autenticità delle notizie su cui si basa il suo commento; un magistrato, che si vede additato al pubblico ludibrio per aver applicato una legge dello Stato; infine una ragazzina e due genitori, a cui nessuno dei zelanti giornalisti, a quanto mi risulta, ha mai pensato di chiedere un parere. Ma tra questi personaggi il protagonista è indiscutibilmente Farina, che non si limita a massacrare mediaticamente, con la forza di magliaia di copie vendute, una ragazzina, il suo dolore, il travaglio di una madre (per la quale dubito molto che accompagnare la figlia dal ginecologo sia stato come portarla dal dentista per l’estrazione di un incisivo) e la professionalità di un medico e di un magistrato. Il giornalista si spinge oltre, arrivando ad augurarsi la morte, per mano dello Stato, dei quattro adulti della vicenda (madre, medico, magistrato e padre; che quest’ultimo nulla c’entri sembra interessare nessuno, cacciato dentro come si fa con l’osso nella minestra per arricchire il sapore di questa brodaglia); ovvero arriva a definire i quattro meritevoli di essere uccisi, quantomeno moralmente. Ora, se le parole hanno un peso, quando il signor Farina scrive «se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice» a me corre il dubbio che si sia in presenza di apologia di reato, laddove per tale reato si intende, sulla scorta del dizionario Treccani, la «manifestazione di pensiero idonea a indurre altri soggetti a commettere reati». Giuseppe Cocilovo ha già affermato di aver ricevuto telefonate minatorie per il presunto aborto coattivo. E se domani dalle telefonate si passasse a una gambizzazione, o a un colpo in fronte, di chi sarebbe la responsabilità morale, onorevole Farina? A meno che non si voglia insinuare che i cattivi maestri siano tutti dall’altra parte, e che quando ci si chiama Negri o Sofri si merita la galera, mentre altri nomi e aderenze politiche godono l’immunità garantita dalla libertà di stampa. Che bell’esercizio di equilibrismo! L’onorevole Farina, però, che ascriviamo volentieri tra i cattolici per il suo legame con don Giussani e Testori, nell’augurarsi la morte di quattro persone mi pare che contraddica, con un solo tratto di penna, anche quella sacralità della vita in nome della quale volentieri farebbe uccidere; un raro capolavoro di coerenza che riesce a cestinare in un solo colpo i precetti cristiani dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” e del quinto comandamento; e i principi della Chiesa Cattolica, laddove si prevede la liceità della pena di morte solo quando connessa alla legittima difesa, relegandola peraltro ad ambiti molto rari, se non addirittura inesistenti (lo dice il Catechismo, non lo dico io).

Ma perché la sentenza ha pesantemente condannato Sallusti e non l’onorevole Farina? Farina non era imputabile perché (poco coraggiosamente) protetto da uno pseudonimo, a cui ha rinunciato solo il 26 settembre, a condanna di Sallusti avvenuta, quando alla Camera dei Deputati ha ammesso di essere stato lui a celarsi dietro la firma Dreyfus; ma anche se lo fosse stato la legge prevede la responsabilità di quanto pubblicato anche del direttore della testata (che non a caso si chiama “responsabile”). Sallusti quindi, oltre ad aver coperto un giornalista censurato dall’ordine, ha permesso che fossero pubblicate delle menzogne e delle idee che su tali menzogne si basavano. E il fatto che in tanti anni si sia sempre rifiutato di pubblicare una smentita riparatoria, come fatto da Feltri sul caso Boffo e come espressamente richiestogli da Cocilovo, lascia immaginare che egli condivida in pieno la posizione di Farina. La condanna del giornalista quindi pare del tutto appropriata al di là di ogni ragionevole dubbio:  tirare in ballo la libertà di stampa è una sciocchezza bella e buona che offende l’intelligenza di chiunque legga con attenzione gli articoli che tale vicenda riguardano. Polemizzare poi sull’eccessiva durezza della pena, come ha fatto ad esempio Ezio Mauri di Repubblica, dà solo l’acre sapore dell’atteggiamento surrettizio, visto che Sallusti non farà un solo giorno di carcere: e in ogni caso nulla toglie al principio secondo cui chi diffama paga perché questo prevede una legge dello Stato. Che poi questa legge piaccia poco è un’altra questione, che però vale la pena di indagare. Che sia invisa ai giornalisti – anche a quei professionisti che si sono sempre distinti per correttezza professionale – può parere lapalissiano: usare Sallusti come cavallo di Troia per togliere di mezzo una norma che un domani (non si può mai sapere!) potrebbe essere usata contro di loro è una tentazione a cui deve essere davvero difficile resistere. Ma che le persone che giornalisti non sono possano così ciecamente auspicare che Guardasigilli e Capo dello Stato rivedano solo il reato di diffamazione a mezzo stampa, rendendo impunito solo il cronista, anche quando questi adultera o inventa di sana pianta la verità, e rimarcando così una netta separazione con chi giornalista non è (e quindi è passibile di carcere), mi sembra spiegabile solo con l’assunto di partenza: la gente non legge, e se legge non capisce perché paga di demandare al giornalista (o alla testata) preferita, al leader politico di riferimento, la propria identità, le proprie scelte e convinzioni, in un concetto di democrazia rappresentativa davvero curioso.

In tutto questo un ruolo speciale se lo sono disegnati i commentatori cattolici. Il 27 settembre Luca Doninelli pubblica, su il sussidiario.net, una lettera aperta a Sallusti il cui oggetto di riflessione è l’«orrore di un magistrato che usa la legge come arma personale contro la libertà di qualcun altro». Nella lettera, neppure un accenno all’orrore di un giornalista che usa la penna come un’arma personale contro la dignità di qualcun altro: peccato per il valente Doninelli che ha perso un’occasione d’oro per evitare i famosi due pesi e due misure. Ma interessante è soprattutto la lettera inviata al direttore del medesimo sito il giorno prima da Monica Mondo. Il titolo (“Ha difeso una 13enne costretta ad abortire. Dove sono i cattolici”) è di per sé prezioso per comprendere alcune cose: prima di tutto l’autrice sembra ignorare totalmente la ricostruzione dei fatti, pubblicata dal Corriere lo stesso giorno 26 ma evidentemente di pubblico dominio già dal 2007, anno dei fatti contestati (come si evince dal già citato articolo di Castaldo), da cui si è appurato che nessuno ha costretto nessuno a fare niente. Secondariamente il medesimo titolo chiama a raccolta i cattolici. A fare cosa? Evidentemente a soccorrere il difensore della tredicenne dalla (presunta) costrizione. Il fatto poi che tutto sia falso – come riconosce (seppur dubitativamente) la stessa autrice quando scrive che «quell’articolo era parecchio sopra le righe, forse falso, e poteva patire querela» – sembra non turbare più di tanto Mondo, che ha in testa un’unica preoccupazione: persuadere il lettore che «in un paese civile il reato d’opinione subisce sanzioni pecuniarie, e libere opinioni a rettifica», non la barbarie del carcere. Il che sarebbe giusto se si trattasse di un reato di opinione. Ma come abbiamo già visto abbondantemente, qui non si tratta di opinioni, ma di false informazioni  propagate ad arte e con un fine preciso: difendere l’idea (sacrosanta) che l’aborto è sbagliato. E qui sta il punto. Mondo (e Donizelli e tanti altri) arrivano a difendere la falsità come strumento utile per perseguire un’idea, quando questa sia per loro nobile e giusta. Intorbidendo le acque e continuando a parlare di una cosa (libera opinione) anziché di un’altra (l’artefazione nella ricostruzione di un fatto) cessano di servire la Verità per mettersi al servizio della Menzogna. Ma così facendo aprono le danze a un gioco pericoloso: finché i valori saranno molteplici, giustificare un tale atteggiamento significa aprirsi al caos in cui tutti si sentono legittimati a mentire perché animati dalla convinzione di agire in nome di ciò che si ha di più sacro. A meno di non voler ridurre il mondo a una sola idea: in questo caso, certo, è scongiurato il pericolo del caos; ma ben altri pericoli di annidano dietro tale idea di mondo.