Non siamo mica gli americani

Il 19 marzo 2010, su Duellanti Gianni Canova scriveva queste righe illuminanti: «Per la sua campagna elettorale, Formigoni ha scelto di addobbare le strade e le piazze di Lombardia con una gigantografia in cui la sua effigie si forma attraverso l’accostamento di centinaia e centinaia di foto-tessere che rappresentano evidentemente cittadini e/o elettori lombardi. Dal punto di vista del Governatore, l’intento comunicativo è abbastanza palese: Formigoni presenta se stesso come la sintesi di coloro che lo votano. Meglio: come il corpo mistico che sussume in sé la soggettività di quel popolo sovrano che ancora una volta si accinge a scegliere di farsi rappresentare da Lui.». Sono passati quasi tre anni dalla campagna elettorale ma Formigoni non è cambiato – e perché avrebbe dovuto? Se è possibile immaginare la propaganda elettorale del 2010 come un colpo d’obice, lo scontro che oppone il mistico celeste aCristina Parodi è il punto terminale della traiettoria a parabola, disgiunto dal punto di partenza ma a questo collegato dall’essere il suo naturale, ovvio e studiato punto di impatto. Se nel 2010 tutti i lombardi erano chiamati a fondersi nel Corpo trascendente del potere fatto carne, nel 2012 tutti i giornalisti sono chiamati a unirsi al Verbo del governatore, che non ammette repliche o contraddizioni. Formigoni al Corriere del 16 novembre è stato chiaro: ha accettato l’invito alla trasmissione di Cristina Parodi alla precisa condizione che si parlasse di politica nazionale, altrimenti avrebbe declinato l’invito. «Così non è stato» spiega il governatore «e tuttavia non mi sono sottratto a nessuna domanda. All’uscita dalla registrazione ero dunque giustificatamente irritato». Certo se esiste un patto tra giornalista e intervistato, tale patto andrebbe rispettato. È una delle cose fondamentali che ci insegna Gesù: «il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37). E Formigoni prende gli insegnamenti di Gesù estremamente sul serio. Ma mettersi d’accordo a priori sulle domande a cui rispendere è disonesto: non è compito dei giornalisti indagare la verità, ricostruire i fatti, consentire all’opinione pubblica di comprendere le cose in sé e non il punto di vista dell’intervistato? A Cristina Parodi pare ovvio. Ma così non è per Formigoni, il quale è persuaso che compito della stampa sia divulgare la sua verità, farsi grancassa mediatica e unidirezionale di ciò che lui pontifica; e sembra così confondere il ruolo del giornalista – pagato da una testata per essere al servizio del pubblico –  con quello del suo addetto stampa – pagato da lui per essere al suo servizio. Ma in realtà il governatore, tutto casa, chiesa e yacht, la differenza tra giornalista e addetto stampa la conosce assai bene: «Tu adesso stai qui e spacchi la faccia a Cristina Parodi e a questa banda e a questi giornalisti!» ha detto con squisita cortesia e controllato fair play a Gaia Carretta, la sua addetta stampa. «E se non lo fai, sei licenziata!». Come si vede, il nostro sa perfettamente con chi usare un atteggiamento padronale, ruvido e minaccioso, e con chi si può limitare a essere semplicemente maleducato: «Avete fatto solo cagate!» si sarebbe rivolto a un’autrice del programma.

Ma tutto ciò è comprensibile: quattro mandati consecutivi monterebbero la testa a chiunque. Forse è giunto il momento di metterci un limite, magari prevedendo un solo mandato, come per i governatori degli Stati Uniti. “Non siamo mica gli americani” cantava nel lontano 1979 Vasco Rossi. E se per certe cose cominciassimo ad esserlo?

Libro e moschetto

Il nostro affabile ministro “tecnico” dell’istruzione, che dall’alto della sua pluriennale esperienza in tutto tranne che nella didattica ha deciso di dare il suo fondamentale apporto alla distruzione della scuola pubblica, ha sentenziato che nella scuola secondaria di primo e secondo grado non si lavora abbastanza e che la prima e più importante cosa da fare è esportare in questi due ordine di scuola l’impianto orario della primaria, portando i professori da 18 ore di lavoro settimanali a 24. Certo lo scopo è nobile: risparmiare per poter investire le risorse recuperate in altro, magari i famosi tablet che il governo dovrebbe garantire uno per ogni aula scolastica, così da poter far compilare ai docenti il registro elettronico fortemente voluto dal dicastero dell’istruzione alla fine dell’estate.  Quel che manca però è un passaggio logico: se gli insegnanti lavorano di più, da dove salta fuori il guadagno? Semplice: gli insegnanti sono chiamati a lavorare di più a parità di stipendio. Ora, io non ho proprio voglia di stare a polemizzare se lo stipendio di un insegnante è congruo per gente laureata, spesso anche specializzata; né ho voglia di fare facili paragoni con un’Europa che i nostri politici si infilano e sfilano di dosso come un calzino a seconda delle opportunità del momento e della pancia, più o meno dolente, del proprio elettorato; e non ho neanche troppo desiderio di perdermi dietro alle sorti di questa proposta di legge, che dovrebbe far parte della legge di stabilità di prossima approvazione ma che forse è stata stralciata ma che deve ancora passare in commissione e che nessun partito vuole: a essere ottimisti, tutto si risolverà nella solita carnevalata all’italiana, con un clamoroso nulla di fatto ma con un sentimento di generale ripulsione nei confronti di questi insegnanti scansafatiche che avanza sempre più nell’opinione pubblica. Quello che mi interessa ora è capire come si sia arrivati a questo punto.

 Parlando a Genova dell’importanza del rispetto dei tempi nella pubblica amministrazione e in materia di semplificazione burocratica, il 9 ottobre Francesco Profumo si lascia andare a una riflessione: «Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe». Non c’è che dire, forse non è proprio originale ma si tratta di un’ottima metafora che ben si addice alla bocca di chi rappresenta l’istruzione del nostro paese: se non altro è persona di cultura. Perché sono convinto che il ministro, forte della sua laurea in ingegneria e dei successivi titoli acquisiti, sa perfettamente di aver citato due personaggi storici di prima grandezza: quel Winston Churchille quel Benito Mussolini che, da acerrimi nemici, erano tuttavia accomunati da un sostanziale disprezzo per gli italiani. Pare infatti che il riferimento al bastone e alla carota sia stato fatto prima da Churchill in due discorsi alla Camera dei Comuni nel maggio e nel luglio del 1943, in merito al modo in cui secondo lui andava trattato il popolo italiano; e ripreso poi nel 1945 da Mussolini, che aveva sempre tenuto in gran considerazione l’avversario, in una serie di articoli sul Corriere della Sera. Data la dotta citazione, è legittimo supporre che il ministro nutra per gli italiani la medesima considerazione già testimoniata settant’anni fa dai due statisti. O quantomeno è possibile ipotizzare tale sentimento nei confronti degli insegnanti che, da che mondo e mondo, sono poco amati da tutti. Soprattutto dai propri datori di lavoro.

 Profumo avrebbe avuto tutto il diritto di proporre una riforma della scuola – tanto più che non c’è governo che non ceda alla tentazione di tirare fuori dal cilindro la propria ricetta miracolosa: da Moratti a Gelmini, passando per Fioroni e i suoi colpetti di cacciavite, la scuola italiana è in fermento da almeno vent’anni. Ma si è ben guardato dal convocare le parti sociali, proponendo loro una sua visione della scuola e appellandosi, in periodo di crisi, ai docenti perché dessero il loro (ennesimo) contributo al superamento del momento congiunturale: questo sarebbe stato fare politica, e i nostri tecnici, eletti da nessuno perché mai si sono sporcati le mani con queste baggianate delle regole democratiche, non ne sono avezzi; molto meglio i colpi di mano. E infatti Profumo all’incontro preferisce lo scontro e fa sapere che gli insegnanti aumenteranno le ore di cattedra in cambio di niente. Prima si parla di 24 ore a partire dal prossimo anno scolastico poi, a seguito delle ovvie rimostranze di sindacati e insegnanti, il sottosegretario all’istruzione Marco Rossi-Doria sposta il tutto all’anno scolastico 2014/2015. E da lì è tutto un inseguirsi di voci che danno variazioni di rotta, presunti passi indietro, rettifiche e contro rettifiche. Ad oggi, nulla è dato sapere di sicuro.

Profumo, quindi, fa un autentico colpo di mano facendo carta straccia di un contratto (tra l’altro scaduto dal 2006) e prendendo a pesci in faccia contemporaneamente insegnanti e sindacati. Davvero un bel modo di procedere. Ma in questa azione sordida, da “bullo di periferia” (come ha avuto modo di definirla, con felice espressione, una mia collega), Profumo ha avuto dei complici.

Il primo risponde al nome di Renato Brunetta, fino al 16 novembre 2001 ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Con il DL 150/09, meglio noto come “Decreto Brunetta”, l’allora ministro ha modificato il decreto legislativo 165/2001 “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, spianando così la strada alla legge di stabilità 2012, ultimo atto dell’agonizzante governo allora in carica. Il comma 4 dell’articolo 16 della legge di stabilità 2012, infatti, recita che «nei casi  previsti  dal  comma 1 del  presente  articolo il dirigente  responsabile  deve  dare  un’informativa  preventiva  alle rappresentanze unitarie del personale e alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo nazionale del comparto o area». Ed ecco come, con un colpo di penna, la concertazione nel pubblico impiego viene gettata nel cestino e sostituita con una comunicazione. Scopriamo così che lo zelante Profumo applica alla lettera una legge voluta dall’ultimo governo Berlusconi. E quindi nessuno può accusarlo di essere al di fuori della legge. C’è però da chiedersi se la legge è giusta in sé e, utilizzando parametri che certo non sono giurisprudenziali, verificare se non sarebbe più corretto astenersi da (e magari cambiare) una legge che dà troppo potere al datore di lavoro (che sia lo Stato o un privato non cambia). Ognuno darà naturalmente la risposta che preferisce, ma sia chiaro che tale risposta non è scontata solo perché Profumo è corretto in punta di diritto: perché, in nome del diritto, nella storia si sono commesse tali atrocità da far impallidire i più cinici, salvo poi riconoscere, e sempre a posteriori, che per quanto legali tali azioni non avrebbero dovuto ritenersi lecite. Se qualcuno ha dei dubbi, vada a rileggersiAntigone – a meno che non consideri Sofocle un pericoloso comunista al soldo del Fatto quotidiano.

Accanto alle leggi di destra (ovviamente) varate da un governo di destra e (altrettanto ovviamente) applicate da un altro governo ma sempre di destra, ci sono taluni giornalisti che in questo specifico caso si sono distinti per la loro disinibita propensione a farsi grancassa mediatica della politica del governo, senza mai (o quasi) verificare le sciocchezze dette dai suoi portavoce e quindi senza mai fare quello che un giornalista dovrebbe per definizione: smascherare la menzogna. Infatti per giustificare un’azione che, per quanto legale, è sembrata una porcata un po’ a tutti (tanto che i partiti hanno subito preso le distanze da Profumo) il governo ha sostenuto tutta una serie di inesattezze, quando non vere e proprie falsità. La prima (e clamorosa) è stato giustificare l’aumento delle ore con l’esigenza di risparmiare. In realtà lo stesso Profumo ha fortemente voluto un nuovo concorso per insegnanti (anche per quelli già abilitati all’insegnamento) osteggiato da tutti gli addetti ai lavori per diversi motivi. Senza considerare i soldi spesi, è palese la contraddizione tra il concorso, che dovrebbe garantire il posto di ruolo ai vincitori, e la perdita di posti di lavoro, esito inevitabile nel momento in cui un insegnante passa da 18 a 24 ore di cattedra. L’eventuale risparmio ottenuto proprio dalla possibilità di non usare supplenti per gli spezzoni di cattedra avrebbe quindi un costo sociale elevatissimo, gettando nella disoccupazione i precari e probabilmente anche molti vincitori del prossimo concorso, proprio in un momento in cui la stampa registra 2,8 milioni di disoccupati: un’idea ben bizzarra del risparmio. Una seconda menzogna clamorosa è quella secondo la quale questa riforma metterebbe gli insegnanti italiani in media con i colleghi europei. In realtà le 18 ore di lezione frontale sono perfettamente in linea con la media della UE: «In media» riporta la Repubblica del 28 ottobre, in Europa si registrano «18,1 ore settimanali per i docenti di scuola media e 17,6 per i colleghi delle superiori. Le 24 ore settimanali di insegnamento inserite nel disegno di legge di Stabilità non sono contemplate in nessuno dei 34 paesi europei presi in considerazione da Eurydice e collocherebbero l’Italia al primo posto in assoluto». In compenso la retribuzione media europea è decisamente superiore a quella italiana. Ma di questo, se si fa eccezione per pochi quotidiani, non ha parlato nessuno. Una terza stupidaggine contro la quale mi risulta che nessun giornalista titolato ha sentito la necessità di levare la voce è quella secondo cui l’orario di lavoro degli insegnanti è di 18 ore settimanali, quando questo è l’orario di cattedra, che è un concetto ben diverso. Il comma 4 dell’art. 28 del CCNL prevede infatti che «gli obblighi di lavoro del personale docente sono articolati in attività di insegnamento (le 18 ore, ndr) ed in attività funzionali alla prestazione di insegnamento» che il successivo art. 29 definisce come «tutte le attività, anche a carattere collegiale, di programmazione, progettazione, ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento e formazione, compresa la preparazione dei lavori degli organi collegiali, la partecipazione alle riunioni e l’attuazione delle delibere adottate dai predetti organi. 2. Tra gli adempimenti individuali dovuti rientrano le attività relative: a) alla preparazione delle lezioni e delle esercitazioni; b) alla correzione degli elaborati; c) ai rapporti individuali con le famiglie». Il CCNL si preoccupa di quantificare in 80 ore per anno scolastico (33 settimane di lezione) solo le ore da dedicare alle attività funzionali di tipocollegiale. Ora, facendo due conti della serva, se alle 18 ore aggiungiamo l’ora di ricevimento parenti (attività funzionale all’insegnamento), i 90 minuti settimanali in ossequio al comma 5 del già citato art. 29 («per assicurare l’accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell’inizio delle lezioni») e i 150 minuti che mediamente si dedicano alle attività collegiali, otteniamo che già oggi un insegnante lavora 23 ore e mezza alla settimana (4,7 ore dal lunedì al venerdì), quindi solo mezz’ora meno di quanto preteso da Profumo; naturalmente senza contare le attivitàindividuali, per intenderci quelle sciocchezze tipo preparare le lezioni, correggere gli elaborati, individualizzare la didattica in base agli stili di apprendimento, aggiornarsi e studiare. Come si vede (sempre se si vuol vedere senza paraocchi ideologici), il lavoro al povero insegnante non manca.

Al lavoro “sommerso” del docente dedica un’interessante osservazione Nicola Porro sul Giornale del 23 ottobre. Scrive Porro che «sindacati e professori dicono che lavorano anche al di fuori dell’aula. Sacrosanto. Ma per quale motivo non hanno mai voluto quantificarlo nei loro contratti collettivi? Per quale motivo la maggioranza dei nostri insegnanti gode di fatto di più ferie di quante essi avrebbero sulla carta?». Le domande sono giuste ma mal poste, perché non sono gli insegnanti a non voler quantificare, cosa che si fa normalmente nel resto di Europa: a che pro? Come si è appena visto, mediamente gli insegnanti lavorano almeno sei/sette ore al giorno (perché un insegnante che non rubi lo stipendio ogni giorno prepara le lezioni e corregge i compiti) e che questo lavoro sia riconosciuto contrattualmente per loro sarebbe solo un vantaggio. Ma queste cose un giornalista dal curriculum come Porro le sa perfettamente. C’è solo da chiedersi perché non le scriva. Forse perché dovrebbe scrivere che chi non ha mai voluto mettere nero su bianco le ore eccedenti le lezioni frontali sono sempre stati i diversi governi, compresi quelli di destra suoi amici che in questi ultimi diciotto anni hanno cianciato a quattro venti di una rivoluzione liberale mai neanche iniziata? Perché se l’insegnante ha tutto da guadagnare nel riconoscere a contratto quello che deve fare fuori dall’aula, lo Stato ha tutto da perdere: significa dare al lavoratore i mezzi necessari per svolgere il suo lavoro, le aule dove correggere, i computer con cui preparare le lezioni multimediali, le biblioteche dove aggiornarsi, la carta per fare le fotocopie, tutte cose che oggi lo Stato non dà né vuole dare. E sempre lo stesso motivo, quello un po’ meschino del fare cassa, spinge lo Stato a dare agli insegnanti più ferie di quanto competano loro sulla base contrattuale: perché le scuole a luglio chiudono? Non sono certo gli insegnanti a chiederlo. Le scuole chiudono perché se fossero aperte senza studenti gli insegnanti non avrebbero niente da fare. Ma in Europa non funziona così. Sono migliori gli insegnanti europei? Ne dubito. È più facile credere che siano migliori i loro politici, capaci di investire nella cultura e nell’istruzione. E talvolta sono migliori anche i loro giornalisti, più capaci di Porro nelle analisi socioeconomiche. Proseguiamo infatti la lettura del già citato articolo del Giornale: «In un momento in cui a tutti è chiesto un grande sacrificio, la casta delle nostre scuole non ci sta. Appoggiata dalla politica che la considera, proprio per la sua numerosità, un bacino elettorale da non contrariare. I contribuenti sopportano più tasse, hanno meno detrazioni, le imprese pagano più che nel resto d’Europa, le aziende private sono costrette a fare contratti di solidarietà, le fabbriche chiudono, abbiamo almeno un milione di pensionati (tra esodati e ricongiunzioni onerose) in ambasce, ma i nostri professori considerano un loro diritto intoccabile lavorare 18 ore alla settimana. E l’aumento di sei ore viene considerato pericoloso. Per essere precisi un insegnante di italiano lavora circa 700-800 ore l’anno, per 165-175 giorni. Fate un conto su voi stessi». E facciamoli, questi conti, cominciando dall’aritmetica, che il nostro giornalista, nonostante la laurea in economia e commercio, mastica poco: un insegnante delle secondarie di primo grado prende servizio il primo di settembre e smonta il 30 giugno, il che significa che non è a scuola due mesi su dodici; aggiungendo i 15 giorni tra Natale e Pasqua, otteniamo così 10 settimane che tolte dalle 52 annue fanno, al netto delle domeniche, grosso modo 252 giornate lavorative. È troppo chiedere che conti ha fatto Porro? Ma questa sciocchezza aritmetica non è l’unica, né la più grave. Scrive Porro che i contribuenti sopportano più tasse e hanno meno detrazioni: forse che i docenti non sono contribuenti? E dopo aver pagato più tasse e avere sopportato tagli alle detrazioni come tutti gli altri contribuenti (oltre al blocco del contratto scaduto da sei – SEI!! – anni e degli scatti di anzianità come solo a loro è capitato), si devono anche vedere aumentare le ore lavorative del 33% a parità di stipendio (il che significa una diminuzione del 33% del salario)? A Porro questo pare civile, visto che «le imprese pagano più che nel resto d’Europa, le aziende private sono costrette a fare contratti di solidarietà, le fabbriche chiudono, abbiamo almeno un milione di pensionati (tra esodati e ricongiunzioni onerose)». Forse è davvero civile: ma noi insegnanti siamo fatti così, aspettiamo che qualcuno dia il buon esempio, magari i redditi superiori ai 150.000 euro che hanno ritenuto troppo gravoso un prelievo aggiuntivo del 3% a favore degli esodati, benedetti da Confidustria, dal Pdl e dalle zelanti firme del Giornale. Resta poi il riferimento agli insegnanti come casta, decisamente risibile se scritta da chi ha alle spalle un ordine professionale che «frena la modernizzazione dei mestieri perché ogni cambiamento turba i sonni di tutti coloro che temono di essere scavalcati dai tempi. Riduce drasticamente la competizione e penalizza i giovani. Rallenta i progressi dell’Italia rispetto ai suoi partner europei» (Sergio Romano, Corriere della Sera, 30 novembre 2011).

Ma non c’è solo l’ “intellettuale organico” a spalleggiare il ministro Profumo nella sua campagna contro gli insegnanti che lavorano poco, fannulloni e imboscati, chiusi a riccio nei loro privilegi. Accanto al generale Profumo, spinta alla carica dalle trombe dei giornali, c’è la fanteria di un’opinione pubblica sobillata contro questa categoria che non ha mai amato e che disprezza sempre di più. «L’aumento da 18 a 24 ore dell’orario di insegnamento contenuto nella legge di stabilità per il 2013, in discussione alla Camera» riporta la Repubblica del 28 ottobre «sta spaccando a metà l’opinione pubblica italiana. Una parte ritiene legittimo l’aumento di sei ore settimanali a carico dei docenti di scuola media e superiore. (…) L’altra metà dell’opinione pubblica è contro l’aumento forzoso dell’orario di insegnamento previsto per i prof italiani». Sarà anche così, ma la percezione che si ha leggendo i blog e i commenti sui giornali sembra far pendere la bilancia a favore di coloro che plaudono alla politica ministeriale. Che poi tale linea sia oltraggiosa dei diritti dei lavoratori, questo pare impensierire pochi. Ma non è solo colpa della gente, che conosce poco (e male) la realtà della scuola, né dei giornalisti che spesso, anziché dire le cose come stanno, preferiscono accodarsi ai desideri dei padroni o dei gruppi dirigenti – che sovente coincidono. Il punto nodale lo tocca ancora Porro quando scrive che la riforma voluta da Profumo non passerà perché la “casta” della scuola è «appoggiata dalla politica che la considera, proprio per la sua numerosità, un bacino elettorale da non contrariare. (…) La pubblica istruzione non è pensata per le generazioni future, ma come ammortizzatore sociale per il lavoro. Ciò che contano non sono gli studenti e la qualità dell’istruzione, ma la possibilità di impiegare più personale». Al di là della sciocchezza dell’istruzione pubblica che non esiste più da anni (Profumo e predecessori sono ministri dell’istruzione, ed è grave che Porro finga di ignorarlo, creando nei fatti una dicotomia pubblico/privato sbilanciata a favore di quest’ultimo, come se l’istruzione privata fosse  necessariamente sinonimo di qualità), resta la correttezza dell’analisi che mette il dito nella piaga: la scuola è da sempre un ammortizzatore sociale più che un luogo di professionisti al servizio degli studenti, e i politici si guardano bene dall’accarezzare contro pelo un bacino di voti così copioso: è difficile credere che tutti i partiti di maggioranza (soprattutto quelli del centrodestra) abbiano preso le distanze da Profumo per un motivo diverso dal cinico opportunismo: le elezioni di aprile sono assai vicine e l’alienazione delle simpatie di una così cospicua parte del pubblico impiego potrebbe costare cara in termini di resa elettorale. Il che implica un paio di cose non trascurabili. La prima è che gli insegnanti non devono abbassare la guardia e non illudersi per il fatto che la norma delle 24 ore sia stata stralciata dalla legge di stabilità: è assai probabile che il nuovo esecutivo possa tornare ala carica, anche se fosse di centrosinistra, visto e considerato che, con buona pace di Monti, siamo ancora ben lontani dalla fine della crisi e che i nostri politici, di qualsiasi colore siano, hanno dimostrato più volte di saper fare cassa solo tagliano le spese. La seconda è che, comunque vadano le cose, la scuola così come è non funziona. Certo la soluzione del ministro è una non soluzione, per di più peggiorativa rispetto allo stato delle cose, per cui vale ben la pena di contrastarla. Ma non possiamo solo difendere l’esistente quando tocchiamo con mano ogni giorno che l’istruzione fa acqua da tutte le parti. Chi lo dice? Tanto per cominciare il Programme for International Student Assessment(PISA), uno dei più accreditati sistemi di valutazione internazionali che, a cadenza triennale, verifica le abilita in matematica, lettura, scienze e problem solving degli studenti. Secondo i risultati di PISA 2009 «l’Italia ha conseguito un punteggio medio di 486, leggermente ma significativamente al di sotto della media OCSE, che pure si è abbassata passando da 500 del 2000 a 493 del 2009» (Primi risultati di PISA 2009consultabile qui)E poi lo dice la nostra quotidiana esperienza di studenti e genitori. Nasconderci una realtà talmente lapalissiana non servirà certo a risolvere il problema. Se mai, servirà solo a spianare la strada ai diversi Ministri che pensano di affrontare la questione mostrando i muscoli e invocando baggianate quali bastoni e carote. Stiamoci attenti: sottovalutare queste dimostrazioni di forza oggi (che come tutte le dimostrazioni di forza nasconde solo una pochezza di idee) ci fa correre il rischio di scivolare su un piano sempre più inclinato, fino a farci svegliare nel mondo da incubo del libro e moschetto.

Trova le differenze

Alessandro Sallusti confida al Corriere il proprio sdegno per le motivazioni della sentenza che lo condanna al carcere. Ma, distrattamente, questo blogger pasticcione ha mescolato lo sfogo del direttore del Giornale con le esternazioni, ipotetiche ma plausibili, del giudice Cocilovo, del medico e del padre della ragazza, tutti accusati di essere feroci assassini e di meritare la pena capitale. 
Al lettore, soprattutto a quello assiduo del Giornale, l’arduo compito di trovare le differenze. Buon divertimento.
«Non si può giocare con la vita delle persone, il presidente della Cassazione dovrà risponderne anche a mio figlio. Il mio non è uno sfogo ma un giudizio sereno. Mi auguro che questo giudice venga cacciato dalla magistratura. Non si può giocare con la vita delle persone. Non si dà del delinquente ad un giornalista che non ha mai avuto condanna penale. Non c’è nessuna reiterazione del reato, c’è solo un articolo, neanche scritto da me, che a ben guardare non è neanche diffamatorio perché non si cita nessuno e si parla per assurdo. Non si può dare del delinquente a un giornalista che non ha mai subito altre condanne»


«Non si può giocare con la vita delle persone, il direttore del giornale dovrà risponderne anche a mio figlio. Il mio non è uno sfogo ma un giudizio sereno. Mi auguro che questo giornalista venga cacciato dall’ordine dei giornalisti. Non si può giocare con la vita delle persone. Non si dà del delinquente ad un magistrato che non ha mai avuto condanna penale. Non c’è nessun reato, c’è solo una sentenza, che applica una legge neanche scritta da me. Non si può dare del delinquente a un giudice che non ha mai subito altre condanne»
«Non si può giocare con la vita delle persone, il direttore del giornale dovrà risponderne anche a mia figlia. Il mio non è uno sfogo ma un giudizio sereno. Mi auguro che questo giornalista venga cacciato dall’ordine dei giornalisti. Non si può giocare con la vita delle persone. Non si dà del delinquente ad un padre che non ha mai avuto condanna penale. Non c’è nessun reato, c’è solo il ricorso a un aborto, secondo una legge neanche scritta da me. Non si può dare del delinquente a un padre che non ha mai subito altre condanne»
«Non si può giocare con la vita delle persone, il direttore del giornale dovrà risponderne anche a mio figlio. Il mio non è uno sfogo ma un giudizio sereno. Mi auguro che questo giornalista venga cacciato dall’ordine dei giornalisti. Non si può giocare con la vita delle persone. Non si dà del delinquente ad un medico che non ha mai avuto condanna penale. Non c’è nessun reato, c’è solo il ricorso a un aborto, secondo una legge neanche scritta da me. Non si può dare del delinquente a un chirurgo che non ha mai subito altre condanne»

Dacci oggi i nostri (s)fascisti quotidiani

Il Corriere delle sera del 3 ottobre riporta la notizia che il signor Fulvio Castellani, iscritto all’Associazione Nazionale Partigiani (Anpi), ha deciso di sporgere querela nei confronti del sindaco di Affile, del consiglio comunale della città e dell’ ex governatrice della Regione Lazio Renata Polverini, tutti coinvolti nell’edificazione (con soldi pubblici) del parco di Affile dedicato alla memoria di Rodolfo Grazani. I reati contestati sono attentato alla Costituzione, apologia di fascismo, peculato per distrazione e abuso di atti di ufficio.
Sembrerebbe una cosa seria; perché Rodolfo Graziani, almeno stando a quanto dichiarato al Corriere già il 3 agosto scorso dal presidente dell’Anpi Vito Francesco Polcaro, «fu condannato a diciannove anni per crimini di guerra e va quindi ricordato solo come un criminale, colpevole di gravissimi reati per l’umanità» e «vanta, tra l’altro, la feroce repressione della rivolta libica all’occupazione italiana, l’uso di gas asfissianti e numerose stragi, anche di civili, nella guerra di aggressione fascista all’Etiopia, nonché il decreto che ordinava l’esecuzione dei renitenti alla leva durante la Repubblica di Salò. Un simile personaggio (…) va ricordato solo come esempio del livello di infamia raggiunto dal regime fascista».

Chiamato direttamente in causa, Ercole Viri, primo cittadino della città di Affile, affida al Corriere questa risposta: «Sono amareggiato e sconcertato dalle affermazioni del presidente del comitato provinciale Anpi Roma con le quali vergognosamente viene infangata la memoria del mio concittadino Rodolfo Graziani. Mi meraviglio dell’ignoranza del presidente Polcaro che definisce il Generale Graziani “un criminale di guerra”. Il nostro amatissimo Maresciallo è stato condannato per collaborazionismo e non per crimini di guerra. Il presidente dell’Anpi vaneggia». Secondo Viri «il tempo sarà galantuomo e la revisione storica renderà giustizia».Si consuma così, sulle pagine del Corriere, l’ultimo atto di una querelle nata ad agosto, in concomitanza con l’inaugurazione del parco. Da subito l’eco è di quelle che si dedicano ai grandi avvenimenti politici: la notizia rimbalza dal Fatto quotidiano, alla Repubblica, dal Corriere al Messaggero e al Foglio; e non manca l’indignazione dei media internazionali: il 29 agosto le pagine romane di la Repubblica riportano che, dopo essere approdato sul Daily Telegraph e sulla Bbc, il caso «finisce anche sulla stampa spagnola e americana. Sia il New York Times che il Paìs hanno dedicato ampio spazio alla vicenda». Da ultimo, il 30 settembre cala sulla vicenda lo sdegnato articolo di Gian Antonio Stella (Il Mausoleo della crudeltà). Turbato nell’intimo, il capogruppo del Pd in Regione Esterino Montino ha bollato la vicenda come una vergogna e ha annunciato un esposto alla Corte dei conti “per distrazione di fondi pubblici”: come si vede, il signor Fulvio Castellani è in buona compagnia.Ma se Atene piange, Sparta non ride. In un’intervista rilasciata al Secolo d’Italia, Ercole Viri afferma che il parco non è un’iniziativa dell’attuale giunta di maggioranza che governa Affile, ma «fu proprio la Giunta di centrosinistra Marrazzo-Montino a concedere il finanziamento pubblico al progetto, con la stessa delibera con cui – peraltro – sono andati a finanziare la riqualificazione del Parco Graziani di Filettino: (…) lo stesso Rodolfo Graziani commemorato tra le polemiche ad Affile». Possibile che il medesimo Montino, che si indigna e querela, abbia partecipato a tale delibera? La notizia sembra credibile, tanto da essere ripresa l’1 di settembre anche dal quotidiano Il Tempo: «Il finanziamento venne concesso dalla giunta Marrazzo con la delibera 861 del 21 novembre 2008 (…): 50mila euro. Con quella stessa delibera venne finanziato un altro progetto: (…) 260.189 euro su 283mila richiesti dal Comune di Filettino per la “riqualificazione del Parco Graziani”».Il giorno dopo Montino pubblica sulla medesima testata una (parziale) smentita: secondo il capogruppo Pd alla Regione Lazio «la vicenda di Affile non ha niente a che vedere con quella di Filettino. (…) Nel caso di Affile la nostra Giunta destinò fondi per opere di rifacimento del parco Radimonte. Cioè per rimettere a posto aiuole, realizzare aree giochi per bambini, panchine nuove per anziani e mamme. Il Comune con la benedizione della Regione li ha usati per fare un sacrario a Graziani». Quindi la Giunta nulla sapeva del sacrario. Ne siamo tutti compiaciuti. Ma per quanto riguarda il parco di Filettino la difesa appare un po’ più debole: «il parco è intitolato dal 1956 al maresciallo e non è nel potere della Regione cambiarne il nome, né pretenderlo. In quel caso però i fondi sono stati usati, dal sindaco Pd dell’epoca, per realizzare le opere previste dal finanziamento, non per fare sacrari a criminali fascisti».La delibera prevedeva quindi soldi dati da una giunta regionale (di centrosinistra) a un sindaco (di centrosinistra) per la ristrutturazione di un parco titolato a un personaggio che ci fa arrossire di vergogna (lo stesso Montino, nella sua appassionata difesa, ricorda che di Graziani «ha scritto in modo negativo la stampa di tutto il mondo»). Ora, sarà anche vero che la Regione non può pretendere di cambiare i nomi dei parchi comunali. Ma magari chiederlo, per di più a un compagno di partito, questo avrebbe potuto (e dovuto) farlo: si chiama moral suasion, è un esercizio che Napolitano ha esercitato a lungo e con ottimi risultati. Perché Marazzi-Montino non hanno provato a fare la stessa cosa con l’allora sindaco Pd di Filettino? A meno di non supporre che Graziani diventi scomodo solo quando se ne occupa la stampa internazionale, altrimenti resta un personaggio di scarso rilievo, per cui non vale la pena di litigare con nessuno, tantomeno con i propri compagni. E se è così, in definitiva sembra che tutta questa grancassa mediatica, questo lacerarsi le vesti, questa indignata levata di scudi contro il fascista Graziani sia solo un rombo di cannoni preelettorale. Tanto che il Tempo non solo ricorda come, a Filettino, il Parco Graziani esista dal lontano 1956 senza che nessuno si sia mai scandalizzato (prima del 2012 neanche Montino); ma anche come nel 2005 Diego Moriconi, all’epoca sindaco di centrosinistra di Affile, «in occasione della commemorazione del 50° anniversario della morte di Graziani si prodigò in un commovente discorso che intenerì i cuori più duri e più neri della destra laziale. Per Moriconi, Graziani non fu un criminale di guerra, infatti non fu processato a Norimberga». In mancanza di smentite, che io non ho trovato, prendo la notizia per vera e prendo atto che Moriconi (centrosinistra!) giunge alla stessa, straordinaria, conclusione di Viri! Che Gian Antonio Stella si sia sbagliato nel definire Graziani – senza troppi giri di parole -“macellaio”? A prendere sul serio l’inedito terzetto Mortino-Moriconi-Viri c’è quasi da crederci. Ma la verità è un’altra.Nonostante si scannino su un museo con annesso sacrario dedicato alla (apparentemente) controversa memoria del generale Graziani, la destra e la sinistra laziale sembrano in realtà militare sullo stesso – poco onorevole – campo. Per Moriconi non c’è dolo perché non fu Norimberga. Viri, invece, da autentico uomo di destra osa e si spinge un po’ più in là. Egli infatti ritiene che l’amatissimo Graziani sia solo un collaborazionista. Sarà la mia mania per le parole (ognuno ha la deformazione professionale che merita), ma vorrei capire meglio cosa significhi “collaborazionista”. Secondo il dizionario Treccani, “collaborazionista” è chi collabora con le autorità nemiche d’occupazione; in particolare chi, durante la seconda guerra mondiale, collaborò con le forze tedesche d’occupazione. Dunque, in generale, il collaborazionista è un traditore della Patria perché coopera con le autorità nemiche, e in particolare è colui che ha collaborato con le forze tedesche d’occupazione (quelle della strage di Marzabotto, tanto per intenderci). Ma, nel dubbio che i collaboratori della Treccani abbiano tutti studiato sul Camera Fabietti, continuo la mia indagine. Collaborazionista: chi in tempo di guerra collabora con il nemico; per antonomasia, chi collaborò con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale (dizionario on line Garzanti e Sapere.it); secondo il dizionario Devoto-Oli il collaborazionismo è un reato consistente in un’attività spesso concretamente organizzata, svolta a favore o a sostegno di uno Stato straniero invasore o di un regime interno inviso alla maggioranza dei cittadini; per il dizionario Gabrielli, è attività prestata a favore di un nemico invasore del proprio paese. Niente da fare, sembra che essere un collaborazionista sia, da qualsiasi parte la si guardi, una porcata. E un reato, tanto che Graziani – come ammette lo stesso Viri – per questo è stato condannato a 19 anni, di cui 13 e 8 mesi condonati.Tuttavia – è innegabile – Graziani non fu mai sottoposto a giudizio come criminale di guerra. Nel Dizionario Biografico degli Italiani Angelo Del Boca scrive che nel 1950, dopo la condanna di Graziani, «il governo imperiale etiopico chiese (…) la sua estradizione per processarlo per i numerosi crimini di guerra, ma la richiesta di Addis Abeba cadde nel vuoto». Il che non è una cosa così strana: Graziani è stato un militare dalla fulgida carriera, assai apprezzato da Mussolini: nel 1918, a 36 anni, è il più giovane colonnello dell’esercito, e tra i più decorati: nel 1932 in Libia, dove è giunto undici anni prima, viene promosso generale di corpo d’armata per meriti speciali; lo stesso Mussolini lo promuove generale designato d’armata nel 1934 e, l’anno dopo, lo nomina governatore della Somalia e comandante in campo delle truppe; di lì in poi è un susseguirsi di successi culminati nel bastone di maresciallo d’Italia e nella carica di viceré d’Etiopia. È ben vero che durante la seconda guerra mondiale i rapporti tra Graziani e il duce si guastano: il soprannome di “macellaio degli arabi” conquistato in Libia a colpi di stragi, le persecuzioni in Africa, la deportazione di 100.000 Cirenaici e tutte le nefandezze testimoniate da qualsiasi libro di storia devono mettere in imbarazzo Mussolini, tanto che questi arriva a confessare a Ciano che Graziani ha combattuto bene ma governato male. Ma nonostante questo, come si può concedere l’estradizione per crimini di guerra a un maresciallo d’Italia? Semplicemente non si fa. Anzi, si condona la pena di collaborazionismo nonostante il fatto che Graziani, da ministro della guerra nel governo Salò, firmi i «famigerati bandi che chiamavano alle armi i giovani della classi 1924 e 1925 e che minacciavano la pena di morte ai renitenti» (Del Boca, cit.): quindi il “maresciallo” non ha massacrato “solo” arabi e africani – secondo una assai discutibile logica coloniale – ma ha fatto uccidere anche quegli stessi italiani che egli, in punto di morte, ha detto di amare («Ho amato tanto, tanto gli italiani»). E lo ha fatto secondo un’intrinseca logica connessa al suo modo di essere militare: «Credo di poter andare sereno perché mi pare di aver sempre fatto il mio dovere».Graziani, quindi, è un soldato che fa il proprio dovere. «Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa», nota polemicamente Stella nel suo articolo. È vero, naturalmente. Ma non deve stupire perché questa è l’etica del soldato fascista (e nazista), quello del “credere, ubbidire, combattere”. Così come non deve stupire il fatto che una giunta (culturalmente) di destra dedichi un mausoleo al macellaio degli arabi e allo sterminatore di partigiani: per queste persone Graziani ha fatto solo (e bene) il suo dovere; ai loro occhi “credere, ubbidire, combattere” è il comandamento che riassume in sé, e trascende, tutti i dieci della tradizione cristiana. Lo dice Viri, con disarmante candore, nella già citata intervista al Secolo d’Italia, quando ricorda che il progetto «prevedeva la riqualificazione del Parco Radimonte con annessa l’edificazione di un sacrario intestato al Soldato con la “S” maiuscola, e per noi Graziani era il soldato per antonomasia da commemorare». Ecco svelato il mistero: il soldato della stragi, delle deportazioni di massa, dell’eccidio di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana, agli occhi di Viri e della sua giunta è il soldato per antonomasia, e come tale da commemorare. E Affile celebra il suo Soldato non solo con il parco (e sacrario annesso), ma anche con il sito web del comune, dove Giovanni Sozi pubblica un imbarazzante panegirico agiografico del Graziani. Date un’occhiata a questo prezioso documento, godetevi la gonfia retorica dell’ «inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato» e dell’«aureola dell’eroe per speciali meriti di guerra»; estasiate per la prosa ridondante con cui l’autore ricorda che Graziani, «con la solita risoluzione, diffuse capillarmente il dominio politico-militare sulle varie province, compì grandiosi lavori pubblici che ancor oggi testimoniano la volontà civilizzante dell’Italia e rimase a dirigere quella regione anche quando fu fatto segno di un attentato»; spulciate i titoli dei capitoli che compongono questo lungo (e pallosissimo) epitaffio (“Il soldato dell’onore”, “Cordoglio universale”, “Addio Maresciallo”!, “Il saluto di Affile al suo Figlio Glorioso” e altre amenità simili) e trasalite di fronte a quel “Giovani, continuatelo!” che evidentemente la giunta di Affile considera l’eredità lasciata dal maresciallo alle future generazioni: lo sprone a ubbidire, a imparare che non esistono avversari ma solo nemici (Tanti nemici, tanto onore!), a combattere al suono delle fanfare per la Nazione fatta «di dovere, di amore, di sacrifico e di coraggio», in spregio ai diritti civili, rispetto delle minoranze, democrazia condivisa e partecipata, tutte sciocchezze che noi, timidi critici del Graziani e di tutti i soldati come lui, teniamo in seria considerazione.Ma queste persone sono fasciste. Perché stupirci? Finalmente (e lo dico senza alcuna sfumatura sarcastica) possono uscire allo scoperto e dichiararsi per quello che sono. Per me, che li reputo avversari, è consolante sapere chi sono, dove sono e quanti sono. Certo, anche se non ci stupiamo, abbiamo il dovere morale di denunciare l’orrore di titolare un’opera pubblica a un tale personaggio. Non farlo sarebbe indegno. Ma trovo indegno anche che nessuno (a parte gli accusati) abbia avuto da ridire circa la condotta degli amministratori di sinistra. Per loro, Graziani non può, non deve essere un modello. È grave la sovvenzione del parco Graziani, che i sottili bizantinismi di Montino non riescono a edulcorare; ben poco di sinistra sono le parole di chi giustifica Graziani perché non ci fu Norimberga; incomprensibile è il silenzio con cui i giornali hanno accolto le rivelazioni del Tempo. Coloro che hanno taciuto queste cose non sono fascisti, da contrastare ma che vanno accettati in una logica democratica: sono “sfascisti”, che con i loro silenzi di convenienza, con la logica della difesa corporativistica e di parrocchia, distruggono un’idea di mondo radicalmente diversa da quella di Graziani, e che ai suoi seguaci spianano la strada. Molto più di quanto fa un parco dedicato alla memoria del macellaio degli arabi.

Il grande inganno

La faccenda di Sallusti è davvero interessante perché rivela alcune caratteristiche peculiari del carattere dell’umana specie, riassumibili in tre assunti: la gente non legge i testi anche quando questi sono a disposizione, accontentandosi di farsi un’idea su testimonianze, per così dire, di secondo grado – i commenti dei giornalisti che di questo primo testo discutono – se va bene leggiucchiando qualche scampolo della fonte originaria, gettato in pasto alla pubblica opinione sotto forma di citazione estrapolata, e sentendosi sufficientemente saziata da questi elementi predigeriti da altri. Il secondo assunto è che, sia che si tratti delle fonti originarie o di quelle derivate, generalmente la gente non le capisce, presa com’è a indignarsi per l’indignazione altrui, come se non si trattasse di un’opinione da meditare ed elaborare ma del bacillo di qualche pestilenza da propagare con virulenza; terzo e ultimo: chi questi testi li capisce – e sa perfettamente qual è il nocciolo della questione, per motivi ben poco nobili preferisce depistare l’attenzione, parlando d’altro e non di quello che dovrebbe.

La faccenda vede il magistrato Giuseppe Cocilovo querelare il giornalista Alessandro Sallusti per diffamazione. La magistratura condanna nei suoi tre gradi di giudizio il giornalista. Apriti cielo! Da tutte le parti è un coro unanime: a essere a rischio è la libertà di stampa. Addirittura? Addirittura. Tanto che non solo tutti i direttori dei maggiori quotidiani si stracciano le vesti, ma in soccorso si precipitano anche il Guardasigilli Severino e il Presidente della Repubblica Napolitano, che meditano sulla necessità di cambiare una legge evidentemente liberticida. Ma come sono andate effettivamente le cose? È così difficile appurarle in maniera chiara e definitiva, al di là di ogni dubbio? Niente affatto: basta leggere i giornali. Questa la ricostruzione dei fatti pubblicata sul Corriere on line il 26 settembre 2012: «La vicenda che ha portato alla condanna di Alessandro Sallusti comincia in un giorno di febbraio del 2007. In un ospedale di Torino una ragazzina di appena 13 anni si sottopone all’aborto del bambino avuto dal fidanzato 15enne. La vicenda finisce sui giornali, quasi tutti raccontano la storia di una scelta dolorosa, suggerita, forse imposta alla ragazzina dalla madre; (…) ma dopo l’intervento la ragazza subisce un crollo psicologico e viene ricoverata per esaurimento nervoso. Le ricostruzioni giornalistiche insinuano che la ragazzina era contraria, che non voleva perdere il bambino. E che per questo dopo l’aborto finisce ricoverata in Neurologia. Il giorno dopo la confusione si dirada, e i giornali, tra cui anche il Corriere, fanno chiarezza: non ci sarebbe stata alcuna costrizione, né un provvedimento del giudice per obbligarla ad interrompere la gravidanza. “Siamo intervenuti – chiarisce l’ ufficio del giudice tutelare di Torino – perché i genitori sono separati e il padre non era informato. Sul piano legale, questo caso così doloroso è uguale a quello di qualsiasi minorenne che voglia interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori: valutiamo la situazione, i suoi motivi, e se sono validi la autorizziamo a decidere autonomamente”. Il giudice tutelare si è quindi limitato a prendere atto della decisione di madre e figlia, sostituendo il padre per quanto concerne l’autorizzazione, come del resto prevede la legge» (Antonio Castaldo). La faccenda sembra chiara: in ossequio a una legge dello Stato, un giudice fa le veci di uno dei due genitori prendendo atto della volontà dell’unico che, al momento, può esercitare la patria potestà, ovvero la madre, il cui volere peraltro non si discosta affatto da quella della diretta interessata, vale a dire della ragazza incinta. Vale però la pena di soffermarsi su un particolare, che ho evidenziato in corsivo, ovvero che prima di fare chiarezza i giornali insinuano – scrive Castaldo – che la ragazzina fosse contraria. Il verbo usato (da Castaldo, non da me) implica che la realtà è diversa, e che i giornalisti – strana razza! – non hanno indagato e cercato di appurare la verità, ma hanno preferito suggerire «malignamente un sospetto o un’accusa, per lo più falsa, in modo indiretto, cioè con parole allusive e velate» (dizionario on line Trecccani alla voce “insinuare»): non dunque un’indagine al servizio della verità ma solo il suggerimento (maligno!) di una possibile verità tra le tante. E buona notte al rispetto per i protagonisti della vicenda e per i lettori. Tra i tanti commenti, che spacciano insinuazioni per verità con la serietà di un pataccaro che tenta di far passare per buona la propria chincaglieria, spicca la penna del censore Dreyfus (che si scoprirà solo a condanna di Sallusti avvenuta essere un signore costretto a celarsi dietro uno pseudonimo perché radiato dall’Ordine dei giornalisti: proprio la figura ideale per ergersi in cattedra a pontificare) che sulle colonne di Libero, all’epoca diretto da Sallusti, scrive questo articolo. Il pezzo di Dreyfus (alias Farina, che radiato dall’albo dei  giornalisti nel 2006 viene eletto deputato nel Pdl nel 2008) è un gran pezzo di bravura, fatto per indignare le coscienze. Ma dal punto di vista giornalistico è un obbrobrio che si fonda su due clamorose menzogne: è falso che la ragazza «è stata costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo» (tra l’altro il padre è stato per tutta la vicenda all’oscuro di tutto) ed è falso che «il magistrato ha ordinato un aborto coattivo». Non male, per chi dovrebbe proclamare la verità come principio fondante la propria professione. Però il sedicente Dreyfus non si limita a infettare l’opinione pubblica con maleodoranti menzogne ma – per riprendere l’articolo di Castaldo sul Corriere – «trafigge la vicenda con una serie di giudizi sferzanti. La madre e il padre avrebbero voluto “cancellare con bello shampoo di laicità” l’amore di una giovane madre per il bimbo. Mentre il medico avrebbe “estirpato il figlio e l’ha buttato via”. Per poi concludere con un augurio: “Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile, questo sarebbe il caso. Al padre, alla madre, al dottore e al giudice”. Frasi che non sono piaciute al magistrato Giuseppe Cocilovo, che ha presentato una denuncia per diffamazione. Ne è seguita la condanna in primo e secondo grado, e il sigillo della Cassazione». Difficile dare torto a Cocilovo. Come è difficile credere che davvero sia bastato l’aver omesso il suo nome dall’articolo per fingersi stupiti della sua reazione, come hanno fatto dalle colonne de il Giornale articolisti e lettori, a cui risponde lo stesso magistrato: «Il mio nome era già stato pubblicato da altri ed era stato fatto in tv. Ero facilmente individuabile. Per questo ho ricevuto telefonate minatorie di gente convinta che io abbia obbligato qualcuno ad abortire» (Corriere on line, 27 settembre 2012).

Rivediamo dunque i personaggi di questa vicenda: un giornalista che per portare avanti una sua personalissima convinzione (l’aborto è sempre e comunque da condannare) non esita a inventare notizie false e a condirle con giudizi non semplicemente (come li ha definiti benignamente Castaldo) “sferzanti”, ma ignobili, perché basati su presupposti manipolati ad arte; al suo fianco, un direttore responsabile che copre con uno pseudonimo un ex giornalista che non avrebbe dovuto essere pubblicato perché radiato dall’Ordine, senza peraltro preoccuparsi di verificare l’autenticità delle notizie su cui si basa il suo commento; un magistrato, che si vede additato al pubblico ludibrio per aver applicato una legge dello Stato; infine una ragazzina e due genitori, a cui nessuno dei zelanti giornalisti, a quanto mi risulta, ha mai pensato di chiedere un parere. Ma tra questi personaggi il protagonista è indiscutibilmente Farina, che non si limita a massacrare mediaticamente, con la forza di magliaia di copie vendute, una ragazzina, il suo dolore, il travaglio di una madre (per la quale dubito molto che accompagnare la figlia dal ginecologo sia stato come portarla dal dentista per l’estrazione di un incisivo) e la professionalità di un medico e di un magistrato. Il giornalista si spinge oltre, arrivando ad augurarsi la morte, per mano dello Stato, dei quattro adulti della vicenda (madre, medico, magistrato e padre; che quest’ultimo nulla c’entri sembra interessare nessuno, cacciato dentro come si fa con l’osso nella minestra per arricchire il sapore di questa brodaglia); ovvero arriva a definire i quattro meritevoli di essere uccisi, quantomeno moralmente. Ora, se le parole hanno un peso, quando il signor Farina scrive «se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice» a me corre il dubbio che si sia in presenza di apologia di reato, laddove per tale reato si intende, sulla scorta del dizionario Treccani, la «manifestazione di pensiero idonea a indurre altri soggetti a commettere reati». Giuseppe Cocilovo ha già affermato di aver ricevuto telefonate minatorie per il presunto aborto coattivo. E se domani dalle telefonate si passasse a una gambizzazione, o a un colpo in fronte, di chi sarebbe la responsabilità morale, onorevole Farina? A meno che non si voglia insinuare che i cattivi maestri siano tutti dall’altra parte, e che quando ci si chiama Negri o Sofri si merita la galera, mentre altri nomi e aderenze politiche godono l’immunità garantita dalla libertà di stampa. Che bell’esercizio di equilibrismo! L’onorevole Farina, però, che ascriviamo volentieri tra i cattolici per il suo legame con don Giussani e Testori, nell’augurarsi la morte di quattro persone mi pare che contraddica, con un solo tratto di penna, anche quella sacralità della vita in nome della quale volentieri farebbe uccidere; un raro capolavoro di coerenza che riesce a cestinare in un solo colpo i precetti cristiani dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” e del quinto comandamento; e i principi della Chiesa Cattolica, laddove si prevede la liceità della pena di morte solo quando connessa alla legittima difesa, relegandola peraltro ad ambiti molto rari, se non addirittura inesistenti (lo dice il Catechismo, non lo dico io).

Ma perché la sentenza ha pesantemente condannato Sallusti e non l’onorevole Farina? Farina non era imputabile perché (poco coraggiosamente) protetto da uno pseudonimo, a cui ha rinunciato solo il 26 settembre, a condanna di Sallusti avvenuta, quando alla Camera dei Deputati ha ammesso di essere stato lui a celarsi dietro la firma Dreyfus; ma anche se lo fosse stato la legge prevede la responsabilità di quanto pubblicato anche del direttore della testata (che non a caso si chiama “responsabile”). Sallusti quindi, oltre ad aver coperto un giornalista censurato dall’ordine, ha permesso che fossero pubblicate delle menzogne e delle idee che su tali menzogne si basavano. E il fatto che in tanti anni si sia sempre rifiutato di pubblicare una smentita riparatoria, come fatto da Feltri sul caso Boffo e come espressamente richiestogli da Cocilovo, lascia immaginare che egli condivida in pieno la posizione di Farina. La condanna del giornalista quindi pare del tutto appropriata al di là di ogni ragionevole dubbio:  tirare in ballo la libertà di stampa è una sciocchezza bella e buona che offende l’intelligenza di chiunque legga con attenzione gli articoli che tale vicenda riguardano. Polemizzare poi sull’eccessiva durezza della pena, come ha fatto ad esempio Ezio Mauri di Repubblica, dà solo l’acre sapore dell’atteggiamento surrettizio, visto che Sallusti non farà un solo giorno di carcere: e in ogni caso nulla toglie al principio secondo cui chi diffama paga perché questo prevede una legge dello Stato. Che poi questa legge piaccia poco è un’altra questione, che però vale la pena di indagare. Che sia invisa ai giornalisti – anche a quei professionisti che si sono sempre distinti per correttezza professionale – può parere lapalissiano: usare Sallusti come cavallo di Troia per togliere di mezzo una norma che un domani (non si può mai sapere!) potrebbe essere usata contro di loro è una tentazione a cui deve essere davvero difficile resistere. Ma che le persone che giornalisti non sono possano così ciecamente auspicare che Guardasigilli e Capo dello Stato rivedano solo il reato di diffamazione a mezzo stampa, rendendo impunito solo il cronista, anche quando questi adultera o inventa di sana pianta la verità, e rimarcando così una netta separazione con chi giornalista non è (e quindi è passibile di carcere), mi sembra spiegabile solo con l’assunto di partenza: la gente non legge, e se legge non capisce perché paga di demandare al giornalista (o alla testata) preferita, al leader politico di riferimento, la propria identità, le proprie scelte e convinzioni, in un concetto di democrazia rappresentativa davvero curioso.

In tutto questo un ruolo speciale se lo sono disegnati i commentatori cattolici. Il 27 settembre Luca Doninelli pubblica, su il sussidiario.net, una lettera aperta a Sallusti il cui oggetto di riflessione è l’«orrore di un magistrato che usa la legge come arma personale contro la libertà di qualcun altro». Nella lettera, neppure un accenno all’orrore di un giornalista che usa la penna come un’arma personale contro la dignità di qualcun altro: peccato per il valente Doninelli che ha perso un’occasione d’oro per evitare i famosi due pesi e due misure. Ma interessante è soprattutto la lettera inviata al direttore del medesimo sito il giorno prima da Monica Mondo. Il titolo (“Ha difeso una 13enne costretta ad abortire. Dove sono i cattolici”) è di per sé prezioso per comprendere alcune cose: prima di tutto l’autrice sembra ignorare totalmente la ricostruzione dei fatti, pubblicata dal Corriere lo stesso giorno 26 ma evidentemente di pubblico dominio già dal 2007, anno dei fatti contestati (come si evince dal già citato articolo di Castaldo), da cui si è appurato che nessuno ha costretto nessuno a fare niente. Secondariamente il medesimo titolo chiama a raccolta i cattolici. A fare cosa? Evidentemente a soccorrere il difensore della tredicenne dalla (presunta) costrizione. Il fatto poi che tutto sia falso – come riconosce (seppur dubitativamente) la stessa autrice quando scrive che «quell’articolo era parecchio sopra le righe, forse falso, e poteva patire querela» – sembra non turbare più di tanto Mondo, che ha in testa un’unica preoccupazione: persuadere il lettore che «in un paese civile il reato d’opinione subisce sanzioni pecuniarie, e libere opinioni a rettifica», non la barbarie del carcere. Il che sarebbe giusto se si trattasse di un reato di opinione. Ma come abbiamo già visto abbondantemente, qui non si tratta di opinioni, ma di false informazioni  propagate ad arte e con un fine preciso: difendere l’idea (sacrosanta) che l’aborto è sbagliato. E qui sta il punto. Mondo (e Donizelli e tanti altri) arrivano a difendere la falsità come strumento utile per perseguire un’idea, quando questa sia per loro nobile e giusta. Intorbidendo le acque e continuando a parlare di una cosa (libera opinione) anziché di un’altra (l’artefazione nella ricostruzione di un fatto) cessano di servire la Verità per mettersi al servizio della Menzogna. Ma così facendo aprono le danze a un gioco pericoloso: finché i valori saranno molteplici, giustificare un tale atteggiamento significa aprirsi al caos in cui tutti si sentono legittimati a mentire perché animati dalla convinzione di agire in nome di ciò che si ha di più sacro. A meno di non voler ridurre il mondo a una sola idea: in questo caso, certo, è scongiurato il pericolo del caos; ma ben altri pericoli di annidano dietro tale idea di mondo.